Incontro con Mario Benedetti

Mercoledì 26 marzo 2014 Semper ospita Mario Benedetti, uno dei più importanti poeti italiani contemporanei. Interviene Claudia Crocco.

Vi aspettiamo alle 16:00 presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia

Via Tommaso Gar, 14 38122 Trento

AULA 113

Qui la locandina.

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Mario Benedetti nasce ad Udine nel 1955. Nel corso degli anni Ottanta studia a Padova; qui fonda la rivista “Scarto minimo” insieme a Stefano Dal Bianco e a Fernando Marchiori. Benedetti è il primo del gruppo a pubblicare una raccolta di poesie: esordisce nel 1982 con Moriremo guardati (Forum/Quinta generazione, 1982). Durante il ventennio successivo escono molte plaquette; nel 2004 seleziona e rielabora alcuni testi già usciti, insieme ad altri ancora inediti, e li raccoglie nel suo libro più importante, Umana gloria (Mondadori). Più recentemente ha pubblicato tre nuove raccolte: Pitture nere su carta (Mondadori 2009), Materiali di un’identità (Transeuropa 2010), Tersa morte (Mondadori 2013). Una selezione di testi dal suo ultimo libro si può leggere qui.

Umana gloria è fra i libri di poesia più interessanti degli ultimi anni. Apparentemente è strutturato in modo molto tradizionale: c’è una sola voce, quella dell’autore, che rievoca episodi del proprio passato in modo frammentario. In realtà luoghi e piani temporali si sovrappongono, memoria personale e memoria letteraria sono spesso intersecate e indistinguibili. Un tipico esempio è la poesia Log, Ambleteuse. Qui siamo in presenza di un dialogo indirizzato ad un tu femminile, in una situazione che potrebbe sembrare un idillio. Soffermandosi sulla rappresentazione di spazio e tempo, però, si nota un cortocircuito: le due città sono geograficamente distanti (Log è un piccolo centro della Slovenia; Ambleteuse è nella Francia settentrionale); le troviamo associate in quanto riconducibili ad episodi biografici dell’autore. Entrambe rimandano a luoghi di frontiera, e suggeriscono il riferimento a due poeti morti suicidi (Sergej Aleksandrovič Esenin e Gérard de Nerval), riconducibili alle due culture (quella francese e quella slava). Emergono così caratteristiche che ritorneranno ossessivamente nella poesia di Benedetti: la fragilità dei ricordi e dell’esistenza, il senso di assedio della morte (che sarà centrale nell’ultimo libro). L’interesse per questi aspetti dell’essere umano rimanda ad altri poeti del Novecento: per Benedetti contano soprattutto Paul Celan, Rainer Maria Rilke, Yves Bonnefoy; ma anche autori italiani come Cesare Pavese, Milo De Angelis, Carlo Michelstaedter; pensatori e filosofi come Martin Heidegger e Georges Bataille. Il rapporto con alcune delle loro opere è al centro del suo penultimo libro, Materiali di un’identità.

 La realtà rappresentata nei testi di Umana gloria è organizzata secondo principi alogici, riconducibili a percezioni primarie o regressive, di tipo infantile (la paura, l’effimera felicità del sentirsi vivi, le emozioni di un cerchio familiare ristretto); queste strutturano e spiegano anche la sintassi, ricca di associazioni analogiche. Il senso più importante per comprovare il mondo fisico è la vista, come dimostra la frequenza molto alta di lessico riconducibile all’osservazione visiva. A ciò si lega la “paura di non poter vedere”, che tornerà anche nei successivi Pitture nere su carta e Tersa morte. Un’altra conseguenza è l’identificazione fra sé e il proprio sguardo (“Questo guardare le mani / rigirandole / o lo sguardo per andare / tra le tante voci”; “Parte dei miei occhi è sotto la tua giacca, / parte nelle farfalle in cui si sfa il mobiletto.”). Altra identificazione possibile è quella fra lo sguardo e le cose ( “Le radici entrano tra i sassi del muro sul canale, / gli occhi sono gli appartamenti in alto, le tavole dei quadri slavi.”).

Umana gloria esprima una visione del mondo del tutto depoliticizzata, e apparentemente affidata ad un universo ristretto e privato. Per questo motivo, talvolta, la sua poesia è apparsa non all’altezza delle scritture considerate di ricerca in questi anni. In realtà il modo in cui Benedetti descrive la finitudine di ogni esistenza umana, interpretando la grande tradizione lirica tragica europea, offre un’immagine dell’uomo e del mondo che non ci è meno contemporanea di altre. Piuttosto che riflusso nel privato, quella di Benedetti è poetica di una scrittura del limite. Lo sguardo di chi scrive è ciò che dà identità all’io, gli permette il ricordo. Fino alla fine degli anni Zero, questa può costituire una giustificazione alla propria scrittura. Ma è esattamente quanto Benedetti metterà in discussione con la sua ultima raccolta, Tersa morte.

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